
Contrariamente a quanto si pensa, la data di scadenza legale del casco è meno importante della sua ‘data di scadenza’ fisica e invisibile.
- La nuova norma ECE 22.06 non rende illegale il tuo vecchio casco, ma misura rischi (come gli impatti rotazionali) che prima venivano ignorati.
- I materiali interni (EPS) perdono capacità di assorbimento dopo 5-7 anni, anche se la calotta esterna sembra perfetta.
Raccomandazione: Valuta il tuo casco non per l’età anagrafica, ma per la sua storia (cadute, anni, materiale) e considera la 22.06 come il nuovo standard di riferimento per la protezione reale del tuo cervello.
La sigla “ECE 22.06” ha generato un’onda di confusione tra i motociclisti. La domanda che tutti si pongono è semplice: “Il mio casco, omologato 22.05, è diventato improvvisamente insicuro o illegale?”. La risposta rapida che si trova ovunque è rassicurante: no, non devi buttarlo via, puoi continuare a usarlo fino alla sua “scadenza naturale”. Ma come tecnico abituato a misurare le forze d’impatto e la degradazione dei polimeri, trovo questa risposta incompleta e potenzialmente fuorviante. La vera questione non è legale, ma fisica.
Un casco non è un accessorio, ma un dispositivo di sicurezza progettato per assorbire energia distruggendosi. La sua efficacia non si giudica dall’aspetto esteriore, ma dall’integrità strutturale dei suoi componenti interni, che invecchiano in modo invisibile. La norma ECE 22.06 non è nata per creare un problema burocratico, ma per rispondere a una domanda scientifica: come possiamo misurare meglio le forze che causano i danni cerebrali più gravi negli incidenti reali? Questa prospettiva sposta il focus dalla legalità alla performance reale.
Questo articolo non ti dirà semplicemente se puoi tenere il tuo casco. Ti guiderà, con l’approccio di un analista di laboratorio, a capire *perché* e *quando* un casco perde la sua funzione protettiva. Analizzeremo la scienza dietro i nuovi test, l’importanza critica della taglia e dei materiali, il processo di invecchiamento invisibile dell’EPS e come l’igiene influenzi la durata. L’obiettivo è darti gli strumenti per valutare il tuo casco non come un obbligo di legge, ma come il più importante strumento scientifico a protezione della tua vita.
Per navigare attraverso l’analisi tecnica che segue, ecco una panoramica degli argomenti che affronteremo. Ogni sezione è pensata per scomporre il complesso sistema-casco nei suoi elementi fondamentali, fornendoti dati e procedure per una valutazione consapevole.
Sommario: Analisi tecnica del casco moto secondo i nuovi standard di sicurezza
- Perché la nuova norma protegge meglio il cervello dagli impatti obliqui?
- Come capire se il casco è della taglia giusta senza farsi venire il mal di testa?
- Peso o durata: quale materiale vale la spesa extra per l’uso turistico?
- L’errore di tenere un casco per 10 anni perché “sembra nuovo” fuori
- Quando lavare le imbottiture per evitare irritazioni cutanee e cattivi odori
- Perché il casco in fibra è obbligatorio in certi autodromi?
- Fumé o trasparente: quale garantisce visibilità notturna migliore?
- Gilet airbag moto meccanico o elettronico: vale la pena spendere 600€ per l’uso urbano?
Perché la nuova norma protegge meglio il cervello dagli impatti obliqui?
La precedente omologazione, ECE 22.05, si concentrava quasi esclusivamente sugli impatti lineari, ovvero urti diretti e perpendicolari contro una superficie. Tuttavia, l’analisi degli incidenti motociclistici reali ha dimostrato che la maggior parte delle cadute genera impatti obliqui o tangenziali. Questi urti non solo comprimono il cranio, ma lo fanno ruotare violentemente, causando accelerazioni rotazionali che sono tra le principali cause di lesioni cerebrali diffuse e gravi. La ECE 22.06 introduce, per la prima volta in modo sistematico, test specifici per misurare la capacità del casco di mitigare queste forze rotatorie, replicando scenari che rappresentano fino al 70% degli incidenti reali.
Dal punto di vista del laboratorio, il test più significativo è quello dell’accelerazione rotazionale. Il protocollo è preciso: un casco viene lasciato cadere su un’incudine d’acciaio inclinata a 45 gradi, a una velocità di 8 m/s, per simulare l’attrito radente con l’asfalto. All’interno della testa di prova (il manichino), tre accelerometri e tre sensori di velocità angolare misurano le forze in gioco. L’obiettivo è verificare che il casco, attraverso lo scivolamento della calotta esterna e la deformazione di quella interna, riesca a “smorzare” la rotazione trasmessa al cervello. Questo singolo test rappresenta un salto quantico nella valutazione della sicurezza reale, andando oltre il semplice concetto di “non rompersi”.
Oltre a questo, la nuova normativa ha ampliato drasticamente il campo di analisi per garantire una protezione più completa e meno “prevedibile” da parte dei produttori. Tra le innovazioni più importanti troviamo:
- Test a doppia velocità: L’impatto viene verificato non solo ad alta velocità (8,5 m/s), ma anche a bassa velocità (5,5 m/s), poiché un casco troppo rigido può risultare inefficace nell’assorbire l’energia di urti meno violenti, ma comunque pericolosi.
- Aumento dei punti di impatto: Si passa dai 5 punti predefiniti della 22.05 a 17 punti totali, più uno scelto casualmente dal tecnico di laboratorio su ogni lotto, per evitare che i produttori rinforzino solo le aree note.
- Test sulla visiera: La resistenza viene testata con una biglia d’acciaio sparata a 220 km/h, simulando l’impatto con un detrito sollevato da un altro veicolo.
In sintesi, la ECE 22.06 non si limita a chiedere al casco di essere un guscio duro, ma gli impone di essere un sistema intelligente di dissipazione dell’energia, specificamente progettato per proteggere il cervello dalle dinamiche complesse di un incidente reale.
Come capire se il casco è della taglia giusta senza farsi venire il mal di testa?
La scelta della taglia corretta è un parametro di sicurezza tanto critico quanto il materiale della calotta. Un casco troppo grande può ruotare o, nel peggiore dei casi, sfilarsi durante un impatto. Un casco troppo stretto crea punti di pressione dolorosi che deconcentrano alla guida e possono causare mal di testa cronici. L’errore più comune è giudicare la taglia in pochi secondi in negozio. La calzata di un casco va valutata nel tempo, poiché le imbottiture interne (i guanciali e la cuffia) tendono a cedere leggermente dopo le prime ore di utilizzo.
La forma della testa è un altro fattore spesso ignorato. Esistono principalmente tre macro-categorie di forme craniche: ovale allungata (la più comune in Europa), intermedia e rotonda. Ogni produttore tende a progettare le proprie calotte interne basandosi su una di queste forme. Indossare un casco con una forma di calotta non corrispondente alla propria testa creerà inevitabilmente punti di pressione (es. sulle tempie per una testa rotonda in un casco ovale) o spazi vuoti, indipendentemente dalla correttezza della taglia misurata in centimetri.

Per una valutazione oggettiva e quasi scientifica della taglia, esiste un protocollo pratico che chiamo “il test dei 30 minuti”. È l’unico modo per essere certi che la pressione esercitata sia uniforme e corretta, simulando un breve tragitto.
Piano d’azione: Il test dei 30 minuti per la taglia perfetta
- Indossa e attendi: Tieni il casco indossato per almeno 30 minuti consecutivi, anche da fermo in negozio o a casa dopo l’acquisto.
- Identifica i punti di pressione: Durante questo tempo, concentrati sulle sensazioni. Non devi avvertire nessun punto di pressione specifico e doloroso, specialmente su fronte e tempie. Le guance devono essere compresse ma non doloranti.
- Esegui i test di movimento: Prova a muovere la testa a destra e sinistra e dall’alto in basso. Il casco deve rimanere fermo e solidale con la testa, senza ruotare in modo indipendente.
- Verifica la compressione mascellare: Prova ad aprire la bocca. Dovresti sentire una leggera resistenza da parte dei guanciali, ma senza provare dolore alla mascella.
- Ispeziona i segni post-utilizzo: Dopo aver tolto il casco, controlla la tua pelle allo specchio. Un leggero rossore diffuso è normale e scompare in pochi minuti. Macchie rosse intense e circoscritte indicano un punto di pressione pericoloso e una taglia o forma errata.
Seguire questo metodo richiede pazienza, ma garantisce che il casco svolga la sua funzione di sicurezza al 100% e rimanga confortevole anche dopo ore di viaggio, un fattore che incide direttamente sulla sicurezza attiva e sulla concentrazione.
Peso o durata: quale materiale vale la spesa extra per l’uso turistico?
La scelta del materiale della calotta esterna è uno dei dilemmi principali per un motociclista, specialmente per chi fa un uso turistico e prolungato della moto. Le due grandi famiglie sono il policarbonato (o altri materiali termoplastici) e le fibre composite (vetro, carbonio, aramidiche). La differenza di prezzo è notevole, ma le implicazioni in termini di sicurezza, peso e durata sono altrettanto significative. Dal punto di vista fisico, la differenza fondamentale sta nel modo in cui distribuiscono l’energia di un impatto: la termoplastica tende a concentrarla in un’area più piccola, mentre la fibra, grazie alla sua capacità di delaminarsi, la distribuisce su una superficie molto più ampia, riducendo l’energia che raggiunge la testa.
Per un mototurista, il peso è un fattore tutt’altro che secondario. Un casco in fibra può pesare mediamente 200-300 grammi in meno rispetto a un equivalente in policarbonato. Può sembrare una differenza minima, ma dopo ore in sella, questo peso extra si traduce in un maggiore affaticamento dei muscoli del collo e delle spalle. Studi ergonomici hanno evidenziato come anche solo 200g di peso extra sulla testa possano influenzare la concentrazione e i tempi di reazione dopo 3 ore di guida continua. Per chi macina centinaia di chilometri al giorno, un casco più leggero non è un lusso, ma un investimento in sicurezza attiva.
Il confronto tra i due materiali può essere riassunto in una tabella che ne evidenzia i pro e i contro in relazione all’uso e al budget.
| Caratteristica | Policarbonato | Fibra Composita |
|---|---|---|
| Durata consigliata | 5 anni massimo | 5-7 anni (fino a 8 con ottima manutenzione) |
| Peso medio | 1600-1800g | 1300-1500g |
| Resistenza UV | Sensibile, richiede sostituzione dopo 5 anni | Resistente, mantiene proprietà più a lungo |
| Costo medio | 200-400€ | 400-800€ |
| Distribuzione impatto | Area minore, più rigido | Area maggiore, assorbe meglio |
In conclusione, se l’uso è prettamente urbano e su brevi tragitti, un buon casco in policarbonato omologato 22.06 offre un livello di sicurezza certificato e adeguato. Per il mototurismo o per chiunque passi molte ore in sella, l’investimento extra per un casco in fibra si giustifica non solo con una migliore gestione dell’energia d’impatto, ma anche con un tangibile beneficio in termini di comfort e riduzione della fatica, due elementi chiave per la sicurezza a lungo termine.
L’errore di tenere un casco per 10 anni perché “sembra nuovo” fuori
Questo è uno degli equivoci più pericolosi e diffusi nel mondo del motociclismo. Un casco non è un oggetto che si valuta esteticamente. La sua funzione protettiva è affidata a una componente che non si vede: la calotta interna in EPS (polistirolo espanso sinterizzato). Questo materiale è progettato per assorbire l’energia di un impatto comprimendosi e rompendosi in modo controllato, sacrificandosi per salvare il cervello. Il problema è che l’EPS invecchia e perde le sue proprietà elastiche e di assorbimento con il tempo, a causa dell’esposizione agli sbalzi di temperatura, all’umidità e al semplice passare degli anni. Un casco di 10 anni, anche se conservato in modo maniacale e mai caduto, ha una calotta interna quasi certamente “vetrificata”, ovvero irrigidita e non più in grado di svolgere il suo compito.
Esternamente, la calotta in fibra o policarbonato può sembrare perfetta, ma è l’interno che conta. Come sottolinea la redazione tecnica di un forum specializzato in materia di sicurezza:
Dopo questo periodo di tempo infatti la calotta interna in polistirolo perde molta della sua capacità di assorbire energia e anche gli altri componenti tendono ad usurarsi.
– Redazione tecnica, Forum specializzato caschi moto
La regola non scritta, ma basata sulla scienza dei materiali, indica una vita utile di massimo 5 anni per i caschi in policarbonato e di 7-8 anni per quelli in fibra, a patto di una manutenzione impeccabile. Oltre questa soglia, si sta indossando un oggetto la cui capacità protettiva è un’incognita. Ovviamente, qualsiasi casco che abbia subito un impatto, anche una banale caduta dalla sella della moto, va sostituito immediatamente, poiché l’EPS potrebbe aver sviluppato micro-fratture interne non visibili che lo renderebbero inutile in caso di un secondo urto.
Piano d’azione: La tua checklist per l’audit di integrità del casco
- Verifica la data di produzione: Cerca l’etichetta all’interno del casco o sotto le imbottiture. Se ha più di 5 anni (policarbonato) o 7 (fibra), pianifica la sostituzione.
- Ispeziona il cinturino e la chiusura: Controlla che il cinturino non sia sfilacciato o usurato e che il meccanismo di chiusura (micrometrica o doppia D) funzioni perfettamente e senza incertezze.
- Testa i meccanismi: Il meccanismo di apertura/chiusura della visiera e delle prese d’aria deve essere fluido e non presentare crepe o rotture nelle plastiche.
- Valuta l’EPS visibile: Premi delicatamente con un dito le parti di polistirolo visibili (rimuovendo le imbottiture). Non deve sbriciolarsi, apparire secco o essere eccessivamente rigido al tatto.
- Controlla le imbottiture interne: Se sono cedevoli, non più aderenti al viso o emanano odori persistenti anche dopo il lavaggio, è un segno di invecchiamento generale del casco.
Tenere un casco “perché sembra nuovo” è come affidarsi a un estintore scarico perché il suo involucro è ancora rosso e lucido. La sicurezza è una funzione, non un’apparenza.
Quando lavare le imbottiture per evitare irritazioni cutanee e cattivi odori
La manutenzione interna del casco è un aspetto della sicurezza spesso sottovalutato. Non si tratta solo di una questione di igiene o di comfort, ma ha implicazioni dirette sulla durata dei componenti e sulla salute della pelle. Sudore, sebo, polveri sottili e smog si accumulano nelle imbottiture, creando un ambiente ideale per la proliferazione di batteri. Questi agenti non solo causano cattivi odori, ma possono provocare irritazioni cutanee, dermatiti o acne, soprattutto per chi usa la moto quotidianamente. Inoltre, l’acidità del sudore contribuisce a degradare più rapidamente le spugne e i tessuti, facendogli perdere elasticità e capacità di aderenza al viso, compromettendo la calzata e quindi la sicurezza.
La maggior parte dei caschi moderni è dotata di interni completamente removibili e lavabili, una caratteristica che dovrebbe essere considerata un requisito fondamentale al momento dell’acquisto. Il lavaggio non deve essere un evento sporadico, ma una routine la cui frequenza dipende dall’intensità e dalle condizioni di utilizzo. Un motociclista urbano che usa il casco tutti i giorni in estate avrà esigenze di pulizia molto diverse da chi lo usa solo per qualche gita domenicale in primavera.
Per una corretta manutenzione, è essenziale utilizzare i prodotti giusti. Sono da evitare detergenti aggressivi o ammorbidenti, che possono danneggiare le fibre sintetiche e le spugne. L’ideale è un lavaggio a mano in acqua tiepida con sapone neutro. Esistono anche prodotti spray specifici con azione antibatterica e igienizzante, perfetti per una pulizia rapida tra un lavaggio completo e l’altro. L’asciugatura è altrettanto importante: deve avvenire lontano da fonti di calore dirette (termosifoni, sole) che potrebbero deformare le spugne.
Una guida pratica alla frequenza di lavaggio può aiutare a stabilire una routine di manutenzione efficace, basata sul proprio stile di guida.
| Tipo di utilizzo | Frequenza consigliata | Prodotti da usare |
|---|---|---|
| Uso urbano quotidiano | Ogni mese | Sapone neutro + antibatterico specifico |
| Uso turistico estivo | Dopo ogni lungo viaggio | Detergente delicato + spray igienizzante |
| Uso sporadico weekend | Ogni 3-4 mesi | Sapone neutro |
| Uso invernale | Ogni 2 mesi | Sapone neutro + asciugatura prolungata |
| Minimo assoluto | 2 volte l’anno | Lavaggio completo con sapone neutro |
Adottare una routine di pulizia regolare non solo renderà più piacevole indossare il casco, ma preserverà l’integrità dei suoi componenti interni, garantendo che la calzata rimanga sicura e stabile nel tempo e proteggendo la salute della tua pelle.
Perché il casco in fibra è obbligatorio in certi autodromi?
Quando ci si sposta dall’uso stradale a quello in pista, anche a livello amatoriale, i parametri di sicurezza richiesti cambiano drasticamente. Le velocità in gioco sono molto più elevate e la probabilità di impatti multipli durante una singola caduta (impatto iniziale seguito da rotolamenti e altri urti) è maggiore. Per questo motivo, le competizioni ufficiali sotto l’egida della FIM (Federazione Internazionale Motociclismo) richiedono caschi con un’omologazione specifica, la FIM Racing Homologation Programme (FRHPhe), che è ancora più severa della già rigorosa ECE 22.06.
L’obbligo di caschi omologati FIM, che sono quasi esclusivamente realizzati in fibre composite, non è un capriccio. Deriva da differenze sostanziali nei protocolli di test, pensati per replicare le condizioni estreme delle corse.
Studio di caso: Differenza tra omologazione ECE e FIM per uso in pista
L’omologazione stradale ECE 22.06, per quanto avanzata, è progettata per un singolo impatto grave. L’omologazione FIM, invece, introduce test che simulano gli scenari tipici di una caduta in circuito. I test di impatto vengono eseguiti a velocità superiori e, soprattutto, viene valutata la resistenza a impatti obliqui a bassissima velocità, per simulare la seconda o terza botta durante un rotolamento. Attualmente, solo i caschi con calotta in fibra composita (carbonio, aramidica, etc.) riescono a superare questi test. La loro capacità di “delaminarsi”, ovvero di sfaldarsi strato dopo strato, permette di dissipare l’energia di impatti ripetuti su un’area molto vasta, evitando che si concentri in un unico punto e venga trasmessa alla testa. Il policarbonato, per sua natura, tende a deformarsi o a rompersi in un’unica area, rendendolo meno performante in caso di urti multipli ad alta energia.
È importante fare una distinzione: l’obbligo di casco omologato FIM vale per le competizioni ufficiali (dal mondiale MotoGP ai campionati nazionali). Per le giornate di prove libere amatoriali (i cosiddetti “track day”), nella maggior parte dei circuiti è sufficiente un casco integrale con una recente omologazione ECE (22.05 o 22.06). Tuttavia, la superiorità intrinseca della fibra nella gestione degli impatti ad alta energia la rende la scelta consigliata per chiunque decida di frequentare la pista con regolarità.
In sostanza, l’obbligo della fibra in pista non è legato al materiale in sé, ma al fatto che, allo stato attuale della tecnologia, è l’unico materiale che permette di costruire calotte capaci di superare i test di resistenza e dissipazione energetica richiesti per gli scenari più estremi, tipici delle competizioni.
Fumé o trasparente: quale garantisce visibilità notturna migliore?
La risposta a questa domanda è scientificamente inequivocabile: solo la visiera trasparente (clear) garantisce una visibilità sicura e legale durante la guida notturna. Qualsiasi tipo di visiera colorata o fumé, anche quelle più chiare, riduce la quantità di luce che raggiunge l’occhio, compromettendo la capacità di distinguere ostacoli, pedoni o imperfezioni dell’asfalto in condizioni di scarsa illuminazione. La normativa ECE è molto chiara su questo punto: le visiere scure sono omologate con la dicitura “For daytime use only” (solo per uso diurno) e il loro utilizzo dopo il tramonto non solo è illegale e sanzionabile, ma estremamente pericoloso.
La robustezza della visiera è un altro elemento di sicurezza normato con precisione. La ECE 22.06, ad esempio, ha introdotto un test di resistenza balistica molto severo: una biglia d’acciaio di 6 mm viene sparata contro la visiera alla velocità di 220 km/h. La visiera non deve rompersi né permettere la penetrazione della biglia, a dimostrazione che non è solo una protezione da vento e insetti, ma una vera e propria barriera di sicurezza per gli occhi e il viso.
Il dilemma di molti motociclisti, soprattutto turisti, è come gestire la transizione tra le condizioni di forte luce diurna e la guida serale o notturna senza doversi fermare per cambiare visiera. Fortunatamente, la tecnologia offre diverse soluzioni pratiche e omologate che risolvono questo problema in modo efficace:
- Caschi con visierino solare interno (ISV): È la soluzione più diffusa e pratica. Un secondo visierino scuro, alloggiato all’interno della calotta, può essere abbassato o alzato con un semplice gesto, permettendo un adattamento istantaneo alle condizioni di luce.
- Lenti fotocromatiche (es. Pinlock ProtecTINT): Sono lenti che si applicano all’interno della visiera principale e si scuriscono o schiariscono automaticamente in base all’intensità dei raggi UV. Offrono una transizione graduale e non richiedono alcun intervento manuale.
- Occhiali da sole: La soluzione più semplice ed economica. Indossare occhiali da sole di buona qualità sotto una visiera trasparente permette di avere protezione dal sole e di poterli togliere rapidamente quando la luce cala.
- Verifica della marcatura: È fondamentale controllare sempre che la propria visiera scura riporti la marcatura “For daytime use only”. In assenza, potrebbe non essere omologata e quindi non sicura né legale.
Scegliere la soluzione giusta permette di godere del massimo comfort visivo in ogni condizione di luce, senza mai compromettere la sicurezza e senza infrangere il codice della strada.
Punti chiave da ricordare
- La ECE 22.06 non è retroattiva, ma definisce un nuovo standard di sicurezza superiore, specialmente contro gli impatti rotazionali.
- La vera ‘scadenza’ di un casco è dettata dal degrado invisibile del polistirolo interno (EPS), non dall’aspetto esteriore (massimo 5-7 anni).
- La scelta del materiale (policarbonato vs. fibra) e della taglia corretta ha un impatto diretto non solo sulla sicurezza, ma anche sul comfort e l’affaticamento alla guida.
Gilet airbag moto meccanico o elettronico: vale la pena spendere 600€ per l’uso urbano?
L’introduzione del gilet airbag ha rappresentato una delle più grandi rivoluzioni nella sicurezza passiva del motociclista dopo il casco stesso. Ma la domanda che molti si pongono, soprattutto chi si muove in città, è se un investimento che può variare dai 300 ai 1200 euro sia giustificato per l’uso urbano, caratterizzato da velocità mediamente più basse. La risposta, analizzando i dati, è un sonoro sì. Le statistiche sugli incidenti mostrano che la maggior parte degli incidenti avviene sotto i 50 km/h, proprio nel contesto urbano. In questi scenari, l’airbag può fare la differenza tra una semplice botta e lesioni gravi al torace, alla schiena e alle clavicole.
La scelta principale è tra due tecnologie: meccanica ed elettronica. L’airbag meccanico è attivato da un cavo che collega il gilet alla moto; quando il pilota viene sbalzato, il cavo si tende e fa scattare la cartuccia di CO2. È un sistema semplice, affidabile e più economico. L’airbag elettronico, invece, utilizza una serie di sensori (accelerometri, giroscopi) e un algoritmo per rilevare la dinamica di una caduta e attivare l’airbag autonomamente, con tempi di reazione ancora più rapidi. Questa tecnologia, più costosa, è in grado di proteggere anche in situazioni in cui il pilota non viene separato dalla moto, come un tamponamento da fermo.
Per l’uso urbano, dove le dinamiche di incidente sono varie e spesso imprevedibili (es. impatto a bassa velocità contro un ostacolo), la scelta dipende dal budget e dal livello di protezione desiderato. Un buon airbag meccanico rappresenta già un enorme passo avanti in termini di sicurezza. Un sistema elettronico offre una protezione ancora più sofisticata e rapida. Un confronto diretto può aiutare a decidere.
| Caratteristica | Meccanico | Elettronico |
|---|---|---|
| Costo iniziale | 300-600€ | 600-1200€ |
| Tempo attivazione | 100-150ms | 60-80ms |
| Batteria | Non necessaria | 25-30 ore autonomia |
| Falsi positivi | Possibili scendendo dalla moto (se si dimentica di sganciare il cavo) | Algoritmi anti-attivazione (molto rari) |
| Costo ricarica | 30-50€ cartuccia CO2 | 30-50€ cartuccia CO2 (alcuni modelli richiedono invio in fabbrica) |
| Peso | Più leggero | +200-300g per elettronica |
In definitiva, spendere anche “solo” 300-400 euro per un airbag meccanico per l’uso quotidiano in città non è una spesa eccessiva, ma un investimento logico e intelligente sulla propria incolumità. È un dispositivo che, proprio come il casco, si spera di non usare mai, ma che in quell’unica, sfortunata occasione, può cambiare radicalmente l’esito di un incidente.
Domande frequenti sull’obbligo del casco in fibra
È obbligatorio il casco in fibra per i track day amatoriali?
No, per le giornate di prove libere è sufficiente un casco integrale con omologazione ECE recente. L’obbligo FIM vale solo per le gare ufficiali.
Perché il policarbonato non è adatto alle competizioni?
Il policarbonato tende a concentrare l’energia dell’impatto in un punto e ha minore resistenza al calore da abrasione negli scivolamenti ad alta velocità tipici della pista.
Quali autodromi richiedono obbligatoriamente caschi in fibra?
Gli autodromi che ospitano gare FIM ufficiali richiedono caschi omologati FIM, che sono quasi esclusivamente in fibra. Per eventi amatoriali, verificare il regolamento specifico del circuito.